Working in the COVID ward

From the first case recorded to the new vaccinated everyday life in hospital – In which language should we remember the pandemic? Just because it was a global phenomena, it does not mean English is the most suitable, especially with regards to personal memories. This is the story of Elisabetta, a frontline doctor and medical PhD student in Mirano (Veneto).


Pandemic Academic: Com’è stato combinare il suo lavoro di dottoranda ed i turni in ospedale durante la pandemia da COVID-19?

Ovviamente molto complicato e quasi impossibile. “Fortunatamente” sono dottoranda senza borsa e lavoro a tempi pieno in un altro ospedale, per cui in questo anno di pandemia ho dato assoluta priorità al lavoro a tempo pieno in corsia, proprio per rispondere all’Emergenza Sanitaria in atto. non è stato troppo difficile scegliere, perché preferisco mille volte la vita in corsia.

Ho continuato a frequentare occasionalmente l’Ospedale di Padova; essendo all’ultimo anno di Dottorato, mi sono dedicata soprattutto alla stesura della tesi, cosa che potevo fare anche fuori dall’orario di lavoro (di notte, di weekend) e mi sono occupata di completare uno studio clinico osservazionale iniziato quando ero ancora in specialità. Per il resto lezioni e incontri sono stati, almeno per un buon periodo, sospesi o trasformati in modalità online, e comunque venivo esonerata perché lavoravo in un reparto in prima linea, e in quel momento eravamo solo eroi… il resto era in secondo piano. e veniva compreso da tutti, anche dai Professori.

(I am a PhD student without a scholarship so I work full-time in another hospital, which meant that in this pandemic year I have given absolute priority to full-time work in the ward, precisely to respond to the Health Emergency in progress. it was not too difficult to choose, because I prefer life in the ward a thousand times over. I continued to occasionally attend the Hospital of Padua. Being in the last year of my PhD, I mainly dedicated myself to writing the thesis, which I could also do outside working hours (at night, on weekends) and I took care of completing an observational clinical study which started when I was still in the process of medical residency specialisation. For the rest, lessons and meetings were, at least for some period, suspended or turned into online mode, and in any case I was exempted because I worked in a front line department, and at that moment we were only seen as heroes. the rest did not matter so much. Even the professors understood that.)


PA: Quanto spesso, indicativamente, ha ricevuto un test nell’ultimo anno, e in che modo questo ha influenzato il suo lavoro e la sua vita personale?

La storia dei tamponi nel nostro reparto è stata molto particolare.

Uno dei primi casi accertati in Italia è transitato nel nostro reparto; la notte tra il 21 e il 22 Febbraio abbiamo ricevuto il messaggio dal nostro Primario che un paziente inviato in Rianimazione era risultato positivo. Da lì si è scatenato l’inferno; hanno fatto subito un primo giro di tamponi a tutti i contatti (e a quasi tutto il personale del reparto), poi da lì circa per 20 giorni, nonostante nuovi pazienti positivi venissero fuori come funghi, più nessun tampone. e tutti vivevamo con molta ansia perché avevamo davvero paura al rientro nelle quattro mura domestiche di infettare i nostri familiari. Poi ad un certo punto mio padre inviò una lettera ad un giornale locale (non completamente anonima) dove si lamentava del fatto che non venissero fatti tamponi, e il giorno dopo fui convocata dal mio primario dove cercai di spiegargli che io non ne sapevo assolutamente niente di questa sua iniziativa.ma fatalità dal giorno successivo iniziammo a fare tamponi regolarmente. Non ricordo l’esatta cadenza, ma circa ogni 20 giorni dal momento che nella riorganizzazione dell’azienda sanitaria, il nostro Ospedale era stato identificato come Covid free (anche se veramente Covid free non lo è mai stato). In occasione della seconda ondata (tra Novembre e Dicembre), quando nel nostro reparto c’è stato un vero e proprio Tsunami, facevamo tamponi ogni 2 giorni.

Io vivo solo con mio marito, non abbiamo figli. per cui una sera ci siamo guardati e ci siamo detti “se dobbiamo morire, moriamo insieme”. per cui in casa non abbiamo mai attuato un distanziamento sociale, neanche dopo contatti con pazienti positivi.

Per il resto della vita sociale, durante i primi mesi, in pieno lockdown, non abbiamo frequentato davvero nessuno, per cui l’effettuare tamponi regolarmente, non modificava le mie abitudini quotidiane. andando avanti coi mesi, devo dire che ricevere il referto di un tampone molecolare negativo, mi metteva molta serenità almeno per qualche giorno, e magari ne approfittavo per andare a salutare la mia famiglia anche se sempre con un pizzico di angoscia. almeno fino all’esito del successivo tampone.

Comunque la maggior parte delle persone che frequento anche fuori dall’Ospedale, sono medici, persone quindi regolarmente testate, e questo mi faceva stare serena. sono più in crisi quando vado a fare la spesa al supermercato.

(The history of tests in our department was very particular. One of the first cases detected in Italy passed through our department. During the night between 21st and 22nd February we received the message from our supervisor that a patient sent for intensive care had tested positive. From there all hell broke loose; they immediately conducted a first round of swabs with all contacts (and almost all the staff of the department). Then suddenly, from this moment until about 20 days after, although new positive patients were springing up like mushrooms, no more swabs. and we all lived with great anxiety because we really had fear of returning to the four walls of our homes and potentially infecting our families. At some point my father sent a letter to a local newspaper (not completely anonymous) where he complained that there were not enough tests. The next day I was summoned by my chief physician who was angry about this but I tried to explain to him that I knew absolutely nothing about my fathers’ initiative. However, fortunately from the next day there were regular tests. I do not remember the exact timing, but about every 20 days since in the reorganization of the healthcare company, our hospital was identified as Covid free (even though it actually never was). On the occasion of the second wave (between November and December), when there was a real Tsunami in our department, we took the test every 2 days. I live only with my husband, we have no children. so one evening we looked at each other and we said “if we have to die, we die together”. so at home we have never implemented social distancing, even after contact with positive patients. For the rest of my social life, during the first months, in full lockdown, we didn’t really hang out with anyone, so taking regular tests did not change my daily habits. Throughout all these months, I must say that receiving the report of a negative molecular swab, it put me a lot of serenity at least for a few days, and from time to time I took the opportunity to go and greet my family even if I was always a little bit scared . at least until the next test. However, most of the people I generally see even outside the hospital are doctors, people who are therefore regularly tested, and this made me feel calm. I am more on alert when I go shopping at the supermarket.)


PA: E’ già stata vaccinata? Com’è stata la sua esperienza?

Assolutamente si, e direi fortunatamente si. Prima dose il 02/01/21, seconda dose il 25/01/21. Per cui direi che ho iniziato al meglio il nuovo anno.

Non ci ho dovuto pensare neanche un attimo, non avevo alcun dubbio. Minimi effetti collaterali locali (dolore in sede di inoculazione, linfoadenopatia ascellare) risoltisi spontaneamente nel giro di 2-3 giorni.

E devo ammettere che la vaccinazione mi ha cambiato la vita in positivo. è vero che non si sa ancora certamente l’efficacia di tale vaccino nel prevenire l’infezione e l’eventuale trasmissibilità, ma per la maggior parte di noi è stata davvero una svolta “psicologica”. Non andiamo più al lavoro terrorizzati. riusciamo a lavorare più serenamente, a essere maggiormente concentrati sul nostro lavoro e sui bisogni dei nostri pazienti, e non dedichiamo/sprechiamo tempo a cercare di fare di tutto per non infettarci. questo ci portava via un’enorme quota di risorse fisiche (credetemi che lavorare con quelle visiere, camici, mascherine, tute è davvero da morire.) e psicologiche… ora riusciamo a fare regolarmente il nostro lavoro, certo con qualche attenzione in più rispetto a prima, ma riusciamo a concentrare tutte le nostre risorse sui malati.

(Absolutely yes, fortunately so I would say. First dose on 02/01/21, second dose on 25/01/21. So I’d say I’ve started the new year in the best possible way. I didn’t have to think about it for a moment, I didn’t have any doubts. I encountered minimal local side effects (pain on injection site, axillary lymphadenopathy) which however went away within 2-3 days. The vaccination has changed my life for the better. it is true that the effectiveness of this vaccine in preventing infection and possible transmission is not yet known, but for most of us it was really a “psychological” turning point. We no longer go to work terrified. we are able to work more peacefully, being more focused on our work and on the needs of our patients, and we do not spend all our time trying to do everything not to get infected. this took away an enormous amount of our resources (believe me that working with those visors, gowns, masks, overalls is really terrible) physical as well as psychological resources.. Now our working routines have returned to normalcy, certainly with some attention in more than before, but we manage to concentrate all our resources on the patients.)


PA: Qual è stata la sfida più grande per lei durante la pandemia?

Credo che la mia personale sfida più grande sia stata quella di non perdere la testa. perlomeno di non perderla completamente. e spero davvero di esserci riuscita anche se non ne sono certa. credo comunque che questa pandemia, e tutta questa esperienza, lascerà importanti segni e strascichi in ognuno di noi.

In questo periodo, restare razionali e in carreggiata non è stato sempre così facile, era facile deviare dalla retta via, farsi sopraffare da ansie, paure, pensieri, sentimenti di odio.

Devo dire che in tutto questo periodo si sono succeduti a ruota una serie di pensieri, convinzioni e sentimenti…

Non ho mai veramente creduto che l’ondata non ci avrebbe travolto, che si sarebbe generata ed esaurita nella “lontana” Cina.  anche se per un breve periodo l’ho sperato. amo viaggiare, ho viaggiato abbastanza per rendermi conto che i primi a sbagliare e a sottovalutare la cosa sono stati proprio i Governi.

Quando poi l’ondata è arrivata anche da noi, travolgendoci, la mia mente è stata attraversata da pensieri e sentimenti molto contrastanti.

All’inizio pensavo “sono giovane e forte, questa cosa non mi colpirà”. però vivevo molto angosciata per i miei genitori e i miei familiari più stretti. ma per quel che riguardava me, ero piuttosto tranquilla, anche troppo, tendendo a sottovalutare il problema.

Poi ho iniziato a vedere ammalarsi e talora morire anche gente più giovane e in completa salute. li ho iniziato a pensare “ok, morirò per questo maledetto virus”. ma ammetto che amo così tanto il mio lavoro, che questa cosa non ha mai influito sul mio lavoro. Non c’è mai stato un giorno che mi sono svegliata chiedendomi “ma chi me l’ha fatto fare?”.

Ma quando vedevo fuori la gente fregarsene, non capire, sottovalutare o addirittura negare il problema, mi arrabbiavo. mi dicevo “però non è giusto che io rischi la mia vita per questi deficienti che non sanno starsene a casa loro invece che uscire a fare aperitivi e cene con amici”. e allora saliva l’odio. volevo solo urlare dalla mia finestra “morite tutti”. qualche volta ho anche chiamato la polizia per segnalare gente per la strada, perché avevo una rabbia enorme dentro. ma credo fosse solo il risultato della stanchezza e dell’impotenza che provavamo a lavoro. ci sentivamo inermi davanti a questa pandemia.

Poi ho capito che se attuavo le dovute precauzioni, allora la potevo scampare. nella prima ondata solo due persone di tutto il personale del reparto si sono infettate. lì ho capito che bastava stare attenti. ho iniziato quindi a mandare messaggi a tutta la mia rubrica, in particolare a tutte quelle persone che non lavorano in ospedale e che non riuscivano a comprendere quello che stava realmente accadendo, chiedendo di credere alle notizie, di rispettare le regole, di mantenere il distanziamento. ho iniziato a pensare “ce la possiamo fare”. e con l’arrivo dell’estate sembrava davvero ce la potessimo fare.

Devo dire che la parte più difficile è stata la seconda ondata. ormai eravamo già tutti stanchi, sfiniti, stravolti fisicamente e psicologicamente. forse anche per questo motivo la seconda ondata ci ha travolto come uno Tsunami. nonostante il corretto e regolare utilizzo dei DPI, più del 70% del personale del reparto si è infettata, fortunatamente nessuno in modo troppo grave, ma da chi l’ha vissuta è stata un esperienza davvero difficile, anche semplicemente l’isolamento in casa dai propri cari per 20-30 giorni, con impossibilità a vedere ed abbracciare i propri figli. personalmente io sono una delle poche persone che è rimasta in piedi, ma ero seriamente preoccupata anche solo da dover vivere quella esperienza, l’idea di stare chiusa in una stanza per 20 giorni mi spaventava molto.

Però ad oggi posso dire che non ho perso la testa, e che amo il mio lavoro come prima e più di prima.

(I think my biggest personal challenge was not to lose my mind, at least not to lose it completely. Hopefully I have succeeded but I’m not sure. I still believe that this pandemic, and all this experience, will leave important marks and traces on each one of us. In this period, staying rational and on track has not always been so easy, it was easy to deviate, to be overwhelmed by anxieties, fears, thoughts, feelings of hate. I must say that throughout this period a series of thoughts, beliefs and feelings have followed one another. I never really believed that the wave would overwhelm us, that it would only concern people in “distant” China. even if for a short time I hoped for it. I love to travel, I have traveled enough to realize that the Governments were the first to make mistakes and underestimate it. Then when the wave was also hitting us, overwhelming us, my mind was crossed by very conflicting thoughts and feelings. At first I thought “I am young and strong, this thing will not affect me”. but I was very distressed for my parents and my closest family members. but as far as myself was concerned, I was quite calm, even too much, tending to underestimate the problem. Then I started to see even younger people in complete health getting sick and sometimes die. I started them thinking “ok, I’ll die from this damn virus”. but I admit that I love my job so much, that this thing doesn’t have never affected my work. There has never been a day that I woke up asking myself “but who made me do it?”. But when I saw people outside not giving a damn, not understanding, underestimating or even denying the problem, I would get angry. I said to myself “but it is not fair that I risk my life for these morons who do not know how to stay at their house instead of going out to do aperitifs and dinners with friends “. and then the hatred rose. I just wanted to scream from my window, “Die, everyone! “. sometimes I even called the police to report people on the street, because I had a huge anger inside. but I think it was just the result of the tiredness and helplessness we felt at work. we felt helpless in the face of this pandemic. Then I realized that if I took the necessary precautions, then I could escape it. in the first wave only two people from all the staff in the concerned department became infected. there I realized that it was enough to be careful. so I started to send messages to all my contacts, in particular to all those people who do not work in the hospital and who could not understand what was really happening, asking them to believe the news, to respect the rules, to keep the distance. I started thinking “yes we can do it “. and with the arrival of summer it really seemed we could do it. I must say that the most difficult part was the second wave. by now we were already all tired, exhausted, physically and psychologically distorted. perhaps also for this reason the second wave overwhelmed us like a Tsunami. despite a regular and correct use of PPE, more than 70% of the staff of the ward became infected, fortunately no one too seriously, but for those who experienced this phase, it was really difficult, even simply to stay in isolation at home from loved ones for 20-30 days, with the impossibility of seeing and embracing their children. personally I am one of the few people who remained unaffected, but I was seriously worried about it, the idea of ​​being locked in a room for 20 days scared me a lot. But to date I can say that I have not lost my mind, and that I love my job as before and more than before.)


PA: Come descriveresti la cronologia della pandemia in base alla sua esperienza personale di lavoro in prima linea? In che modo quest’anno è diverso dall’anno scorso, quando è iniziata la pandemia? Abbiamo imparato qualcosa di significativo?

21 Febbraio 2020: primo caso di SarS-Cov2 in reparto. avvio della Prima ondata.

Inizia lo “svuota tutto”. Reparto chiuso ai nuovi ricoveri e tutti i pazienti del reparto nel giro di una settimana sono stati trasferiti, spostati o dimessi. Il tutto con il 50% del personale medico a casa in quarantena. ma quei giorni credo non li dimenticherò mai. C’era un grande spirito di squadra, tutti lavoravano senza sosta, senza sentire la fatica, ben oltre il proprio orario di lavoro.

27 febbraio 2020: reparto vuoto e sanificato. Si riparte da zero.

Prima fase di delirio totale, totale disorganizzazione, in cui tutto veniva fatto a caso, senza alcun senso, senza alcun piano. Eravamo in balia di una tempesta, e cercavano di sopravvivere. Poi abbiamo iniziato ad organizzarci e a cercare di mettere ordine per arginare questa ondata. e con l’aiuto fondamentale del lockdown generale, ce l’abbiamo fatta.

Estate 2020: Mare calmo. il peggio sembrava passato.

Sabato 7 Novembre 2020: inizio della seconda ondata.

Almeno nel nostro reparto. Da lì uno Tsunami ci ha travolto (come già scritto sopra); per tre mesi abbiamo continuato a trovare ogni giorno tamponi positivi tra pazienti e personale, e ormai gli argini erano caduti. non si riusciva ad arrestare.

Fine Gennaio 2021: sarà stato l’inizio delle vaccinazioni, almeno nel personale medico, ma almeno il grande focolaio si è spento. e per tutti noi è stato un grande sollievo.

Per quel che riguarda me, e credo buona parte del personale sanitario, quest’anno è diverso rispetto al precedente perché siamo tutti molto stanchi, esausti, meno tolleranti, meno disposti a rinunciare alla nostre vite private, a sacrificare i nostri affetti.

Personalmente mi rendo conto di essere fortunata ad avere ad oggi un lavoro sicuro, ma non è stato affatto un anno facile nemmeno per noi.

Di base sono una pessimista, e non credo che questa pandemia ci abbia insegnato quello che avrebbe dovuto e potuto insegnarci.

Vedo sempre grandi difficoltà nella macchina organizzativa, a partire dal singolo Ospedale, fino ad arrivare al Governo centrale; non siamo mai preparati, siamo sempre in ritardo, non riusciamo mai a prevenire ma solo a curare. invece è la prevenzione la vera arma del successo.

Per quel che riguarda il personale sanitario, una cosa che abbiamo sicuramente imparato e che non credo cambierà mai, è l’utilizzo dei DPI. prima a malapena utilizzavo i guanti, ora credo che la mascherina non verrà mai eliminata dalle corsie degli ospedali. giustamente.

C’è una cosa che ci tengo a dire perché credo che in questo anno sia stata in assoluto, almeno per me, l’esperienza più difficile da affrontare in questa Emergenza. Una cosa che chi non vive in Ospedale non può davvero capire. L’aver visto soffrire e talvolta morire pazienti lontani dai proprio cari. Questa è stata in assoluto la cosa più dolorosa di tutta questa esperienza, un sentimento che mi porterò dentro per sempre e che credo mi abbia per sempre segnata. Questa cosa da sola avrebbe dovuto tenere le persone chiuse in casa fino a quando non fosse passata, e invece no, la gente se ne frega ogni giorno. Proprio l’altro giorno ho letto un articolo di giornale che riportava di una causa contro la nostra ULSS da parte dei familiari di un’anziana signora che è mancata per COVID e il giornale citava “Una fine orribile, lontano dai propri cari”. Sono mesi che noi urliamo questo, sono mesi che chiediamo alla gente di rispettare le regole, perché è proprio questo l’aspetto più terribile, doloroso, inumano e disumano di tutta questa maledetta storia. E non sono per i familiari che sono a casa, ma anche per tutti noi che lo viviamo da dentro. in fondo siamo uomini, abbiamo un cuore, quel cuore che mettiamo sempre ogni giorno nel nostro lavoro.

(February 21, 2020: first case of SarS-Cov2 in the ward. start of the First wave. The “empty everything” begins. Ward closed to new admissions and all patients in the ward were transferred, moved or discharged within a week. All with 50% of the medical staff at home in quarantine. but I think I will never forget those days. There was a great team spirit, everyone worked tirelessly, without feeling fatigue, well beyond their working hours.

February 27, 2020: empty and sanitized department. It starts from scratch. First phase of total delirium, total disorganization, in which everything was done randomly, without any sense, without any plan. We were in a storm, trying to survive. Then we started to organize ourselves and try to put order to stem this wave. and with the fundamental help of the general lockdown, we did it.

Summer 2020: Calm sea. the worst seemed to be over.

Saturday 7 November 2020: start of the second wave. at least in our department. From there a Tsunami overwhelmed us; for three months we continued to find positive cases among patients and staff every day, they just would not stop.

End of January 2021: it may have been the beginning of vaccinations, at least in the medical staff, it seems that the great outbreak has died out. and for all of us this was a great relief.

As for me, and I believe a large part of the healthcare staff, this year is different from the previous year because we are all very tired, exhausted, less tolerant, less willing to give up our private lives, to sacrifice our loved ones.

 Personally I realize that I am lucky to have a secure job today, but it hasn’t been an easy year for us either. I am a pessimist, and I don’t think this pandemic has taught us what it should have and could have taught us. I always see great difficulties in the administration, starting from the individual hospital, up to the central government; we are never prepared, we are always late, we never manage to prevent but only to cure. instead prevention is the real weapon of success. As for the healthcare personnel, one thing we have certainly learned and that I don’t think will ever change is the use of PPE. before I barely used gloves, now I believe that the mask will never be removed from hospital wards. rightly so.

There is one thing I want to say because I believe that this year has been by far, at least for me, the most difficult experience. It’s something that those outside the hospital cannot really understand: Having seen patients suffer and sometimes die far from their loved ones.  This was by far the most painful thing of all this experience, a feeling that I will carry with me forever.  People were asked to stay at home, but no, no one cared.  Just the other day I read a newspaper article reporting a lawsuit against our department by the family of an elderly lady who passed away due to COVID and the newspaper quoted “A horrible end, far from loved ones”.  We have been highlighting this for months, we have been asking people to respect the rules for months, because this is precisely the most terrible, painful, and inhumane aspect of this story.  Especially because it did not only affect family members, but also for all of us staff members of the hospital. after all we are humans, we have a heart, that heart that we always put into our work every day.)


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